LE QUATTRO SEDI STORICHE







                Quando, l'8 ottobre del 1768, l'Accademia di Agricoltura di Verona fu istituita con 49 voti favorevoli e 5 contrari dai consigli dei Dodici e dei Cinquanta del Senato Veneto, ancora non aveva una sede e non aveva un ducato. Per statuto, gli accademici dovevano riunirsi tre volte al mese in seduta privata e una volta all'anno in seduta pubblica. Ma dove? Dopo una ricerca durata oltre un decennio..."all'Accademia fu assegnata a voce dai Deputati di questa città la anticamera della Pubblica Accademia di Pittura; e là trovò egualmente sprovveduta d'ogni sorta di mobili convenienti a convocar le Sessioni e a custodire gli atti e le carte e a compartir con quel decoro che ben esige il principio da cui essa deriva" ...dirà nel 1779 il Podestà di Verona, Francesco Donato e in quel tempo l'Accademia di Pittura aveva la propria sede in un edificio in piazza Navona.
                Fu così che il 13 maggio del 1781, come riconoscimento per aver realizzato la prima strada che dai Lessini giungeva fino a Verona, il Senato Veneto deliberò di assegnare all'Accademia 836 ducati, allo scopo di ricavare tre grandi sale e un piccolo ingresso da un grande loggiato dell'attuale Palazzo della Prefettura, di fronte alle Arche Scaligere. Il loggiato era la parte del palazzo lungo vicolo Cavalletto, fino a via Santa Anastasia. Questa fu la prima vera sede dell'Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona e qui si riunirono per quasi 150 anni i suoi grandi personaggi. Inoltre furono convocati i primi 18 accademici eletti dal Nobile Consiglio della Città il 13 marzo 1769. Qui si formò anche il primo nucleo della collezione naturalistica, poichè i vari soci vollero depositare nelle sale accademiche gli erbari, le rocce e i fossili, che erano loro serviti per compilare quelle monografie che resero famosa la città scaligera negli ambienti scientifici di tutto il mondo.
                L'espansione degli uffici della Provincia, però, richiedeva ulteriori spazi ed iniziò così una lunga diatriba con l'Accademia, affinchè la nostra Istituzione lasciasse quella sede e si allocasse altrove. Le discussioni proseguirono per molti decenni e l'Accademia si mostrò ben decisa a difendere una sua proprietà sancita dal governo veneto e confermata in seguito sia dal governo francese che da quello austriaco. Fu così che il radicale restauro delle case degli Scaligeri obbligò l'Accademia e il Museo Civico, quest'ultimo istituito nel medesimo periodo, a trasferirsi nel 1926 in alcune sale di Palazzo Pompei, in lungadige Porta Vittoria, che già da anni ospitava le collezioni dell'Accademia. Qui l'istituto trovò sede degna, disponendo di una vasta sala riunioni, di una spaziosa biblioteca e di un archivio, e qui vi rimase fino al 1946.
                Nel corso della seconda guerra mondiale, infatti, palazzo Pompei fu gravemente danneggiato dai bombardamenti e dal brillamento del ponte Navi. Tornata la pace, ci si rese conto che sarebbero occorsi anni per rendere ancora agibile il palazzo e che pertanto era necessario trovare un'altra sede prestigiosa.
                Grazie all'interessamento del socio Stefano de Stefani, questa giunse per volontà testamentaria della contessa Emilia Sandri Erbisti, che indicò l'Accademia come destinataria d'uso perpetuo dell'attuale sede nel suo splendido palazzo Erbisti in via Leoncino 6.
                Palazzo Erbisti sorge su una parte della cinta muraria costruita nel terzo secolo dall'imperatore Gallieno. Nel Medioevo sul luogo sorgeva un grande edificio, del quale rimangono alcuni elementi, completamente rimaneggiato nel XVII secolo e del tutto ridisegnato intorno alla metà del Settecento dai nuovi proprietari, i fratelli Salvi, che conservarono solo la ricca facciata interna di chiara ispirazione rinascimentale, opera forse di un allievo del Sanmicheli, Domenico Curtoni. Essi affidarono ad Adriano Cristofori la realizzazione della facciata su via Leoncino, che si eleva per quattro piani illuminati da grandi finestroni di modulo diverso per ogni piano.
                L'edificio raggiunse la sua forma attuale quando, nel 1812, venne acquistato dalla famiglia Erbisti che, con l'architetto Francesco Ronzani, aggiunse al palazzo due corpi laterali, adeguando le facciate a quella centrale e delimitando la corte retrostante con una cinta di grandi arcate.
                Intorno al 1822, grazie all'arrivo dell'imperatore d'Austria Francesco I, ospitato durante il Congresso di Verona, completano l'edificio gli stucchi neoclassici e la decorazione delle pareti e delle vele del soffitto. Al Seicento risalgono invece i grandi pavimenti battuti alla veneziana tuttora esistenti.
                La nuova sede dell'Accademia fu solennemente inaugurata il 2 ottobre del 1955 e da quell'anno si susseguirono restauri agli affreschi, ai pavimenti e agli stucchi, restituendo alla città scaligera un palazzo dagli ambienti suggestivi e dall'atmosfera magica della vita di un tempo oramai passato.
     
     

    PALAZZO ERBISTI E L'ACCADEMIA

                Sulla donazione da parte della famiglia Erbisti di questo magnifico palazzo all’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere si sa ben poco, ma la tradizione orale attribuisce, all’allora socio avvocato accademico e sucessivamente presidente, Mario Cavalieri, il merito di aver ottenuto dalla contessa Erbisti il primo piano del palazzo, per ricavarne la sede accademica.
                Grazie all’immenso patrimonio archivistico della famiglia De Stefani compaiono documenti, grazie ai quali si può ricostruire la storia dell’Accademia e di questo maestoso palazzo.
                In una lettera del 10 luglio 1941 Stefano de Stefani scrisse a Luigi Messedaglia, l’allora presidente, di attivarsi presso il Podestà per ottenere una più degna sede della Reale Accademia, ritenendo il primo piano del palazzo Erbisti, donato dalla vedova Erbisti al Comune di Verona, luogo adatto per ospitare gli accademici. Lo scritto si conclude dicendo: “D’altra parte come appartamento di abitazione si presenta malamente essendo costituito da sale molto grandi…Che te ne pare?”.
                Il giorno seguente Luigi Messedaglia rispose con una lunga lettera nella quale viene ripercorsa tutta la storia delle sedi accademiche; in questa il presidente termina scrivendo che la proposta sarebbe stata da lui portata in reggenza, ma preannunciando già la sua contrarietà, in quanto la sede ove si trovava l’Accademia, ossia le quattro sale del palazzo Pompei, era adeguata. Inoltre con un possibile trasloco, si sarebbero dovute affrontare pesanti spese, insostenibili da parte dell’Accademia. Purtroppo non si sa quale fu la decisione finale della reggenza, certo è che De Stefani perseverò nella sua richiesta, mostrando il suo interesse anche alla contessa Erbisti. Un anno più tardi, il 10 luglio 1942, De Stefani scrisse al segretario capo del Comune della città scaligera, il commendator De Dominicis, dicendo di aver avuto un colloquio con la contessa e in relazione all’intesa passata, sarebbe restato solo trovare il modo per prendere il possesso dell’appartamento del Palazzo Erbisti, che nel frattempo era affittato a dei privati.
                Durante il colloquio tra la contessa e De Stefani, la signora Erbisti sottolinea la sua disponibilità a donare al Comune di Verona il palazzo, aggiungendo una clausola con la quale destina gratuitamente ed in uso perpetuo ed onorifico un appartamento del I piano nobile dell’edificio in via Leoncino per la sede della Reale Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona. Inoltre in memoria del Conte Erbisti, una lapide dovrà ricordare questa benefica disposizione a favore dell’Accademia. Condizione assoluta di questa generosa concessione è che rimanga riservata e che non ne venga data notizia sui giornali.
                L’atto di donazione avvenne senza alcuna delle condizioni sopracitate e di certo quest’atto non si poteva annullare. Ci volle l’avvocato Cavalieri, il quale nel 1944, annunciò la sua strategia giuridica al segretario accademico, Gino Sandri.
                La contessa Erbisti avrebbe donato al Comune di Verona il palazzo per determinati scopi; giuridicamente parlando si trattava di una donazione modale, in cui nell’atto da stipularsi tra il Comune di Verona e l’Accademia era fondamentale la presenza della contessa. Ciò andava nell’interesse di tutti, ai fini di rendere inoppugnabile ed ineccepibile l’atto del Comune a favore dell’Accademia.
                Il 13 novembre 1946 l’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona (non più Reale) inviò a Stefano de Stefani una lettera a firma dell’assessore anziano Ettore Malenotti, nella quale la Reggenza lo ringrazia per l’opera svolta con amore e tenacia a favore di una sede centrale e decorosa per le nobili tradizioni e grandi fini dell’Accademia.
     
     

    L'ARCHITETTURA DEL PALAZZO ERBISTI

                Il palazzo Erbisti sorge quasi all’inizio e sul lato destro di via Leoncino, signorile strada della città scaligera che copre il cammino della cinta romana dall’Arena alla Porta dei Leoni. Nel III secolo l’imperatore Gallieno consolida tale cinta, di cui lunghe parti sono incorporati negli edifici allineati con quello degli Erbisti. L’irregolarità della facciata è da attribuire alla muraglia romana, della quale alcune pietre sono riconoscibili in un angolo del basamento della facciata stessa. Nel Medioevo si innalzava un imponente edificio costituito da più piani, del quale sono stati messi in luce alcuni elementi in tufo di finestre ad arco romanico, mentre una porta a tutto sesto rimane ancora coperta dalle lastre di pietra del basamento sul lato sinistro, visibile tutt’oggi.
                Vi furono grossi cambiamenti nel XVII secolo; il palazzo assunse grosse variazioni e miglioramenti. Lo scopo era quello di costruire un edificio che potesse competere con i maggiori della città e la facciata ne è la prova. L’interno venne ristrutturato completamente per realizzare i giusti livelli dei piani. Di tale sistemazione sono testimonianza alcuni dei più antichi affreschi che ancora oggi decorano i soffitti di palazzo Erbisti.
                Alla metà del XVIII secolo l’edificio venne rimaneggiato dai proprietari fratelli Giovanni Battista e Giuseppe Salvi, i quali commissionarono ad Adriano Cristofoli il compito di erigere la facciata su via Leoncino.
                Nel 1812 il palazzo venne acquistato dalla famiglia Erbisti, i quali ritenevano necessario ampliare l’edificio acquistato dai Salvi, comprando il “casino” del loro confinante signor Fortis, sulla destra, e del conte Sagramoso, sulla sinistra. Il fine principale era ingrandire soprattutto l’appartamento del piano nobile.
                In seguito gli Erbisti fecero rifare le facciate dei due edifici aggiunti alla loro proprietà uniformandole alla maestosità del palazzo centrale, pur senza imitare l’architettura del Cristofoli. Le due ali furono tenute a minor altezza dell’edificio voluto dai Salvi. Durante i lavori murari, che portarono all’ingrandimento della abitazione degli Erbisti, furono costruiti anche gli edifici delimitanti la corte retrostante. L’architettura di questi nuovi edifici è funzionale, ma non priva di decoro; si tratta di grande arcate, sovrastate da finestre ad occhio di bue. Si pensa che, se gli Erbisti a metà dell’Ottocento esercitassero ancora il commercio della lana, parte di questi ambienti dovessero essere utilizzati come depositi di quella pregiata merce. Un leggiadro palchetto di legno, posto in alto nel vano del passaggio carraio, congiunge i locali laterali; qui un muro reca tracce di un affresco e ciò fa pensare ad un luogo di riposo al fresco per chi avesse voluto godersi la vista della scenografica facciata interna del palazzo.
                Il progetto generale di risistemazione di tutto l’edificio fu di Francesco Ronzani, il quale unì con le brevi ali del palazzo protese nel cortile i fabbricati rustici, tenendoli arretrati quanto bastava per segnarne lo stacco di stile. Essi infatti sono a contatto diretto con la ricca facciata interna di ispirazione rinascimentale, molto più scenografica ed elaborata rispetto a quella esterna. L’architetto di questo secondo prospetto si crede fosse Domenico Curtoni (che si occupò di altri edifici veronesi), seguace di Michele Sanmicheli. La singolarità della facciata interna fa pensare che essa sia appartenuta ad un palazzo diverso, edificato a ridosso di quello medioevale di via Leoncino ed anteriore a quello del Cristofoli, il quale avrebbe creato un unico edificio da due strutture.
                Lo stile architettonico, la tecnica muraria ed il materiale impiegato della facciata interna sono di un epoca diversa dalle opere del Cristofoli; gli spazi tra le piccole finestre dello scantinato, nella parte inferiore, sono decorate da un motivo ornamentale costituito da teste di leoni: un elemento ricorrente nella zona vicina alla Porta Leona. All’altezza del piano nobile e del quarto corrono due rilevanti balconi di pietra, sorretti da mensoloni e balaustrati. Le finestre del piano più importante sono sormontate in alternanza da aggetti triangolari e ad arco abbassato, quella centrale è ad arco a tutto sesto.
                Oggi l’interno della sede accademica è articolato in due settori complementari; la Presidenza e la Segreteria a destra del vestibolo e la Biblioteca con la sale di studio (Sala Dante Alighieri) e di deposito (Sala Carlotti) a sinistra. In fondo alla sala del Presidente, vi è il piccolo ma prezioso stanzino dei cimeli, ove vengono raccolti oggetti che hanno fatto la storia dell’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere, come ad esempio il Bussolo per le votazioni del XVIII.
    Ogni ambiente offre al visitatore saggi vari di decorazioni parietali, di affreschi ai soffitti, di pavimenti “alla veneziana”con differenti motivi geometrici policromi per ogni sala.
     
     

    LE DECORAZIONI INTERNE DI PALAZZO ERBISTI





    LO SCALONE D’ONORE
                L’androne di collegamento tra la strada ed il giardino, all’interno del quale si trova l’imponente scalone a doppia rampa che conduce al piano nobile, presenta una partitura architettonica monocroma, che prosegue nelle vele del soffitto con eleganti allegorie della musica e delle arti. Il decoro segue moduli ornamentali più lineari e geometrici rispetto a quelli barocchi delle sale del palazzo; esso è opera di buoni pittori di pareti, continuatori per molta parte dell’Ottocento di una consolidata tradizione, come si rileva in molti palazzi e ville della città e della provincia scaligera. Al centro si trova l’ovale affrescato da Giorgio Anselmi e di mano precedente al lavoro dei decoratori, che viene definito un “cammeo porcellanato” in quanto la scena mitologica è caratterizzata da tonalità cromatiche delicate. L’immagine raffigura tra le nubi la dea Flora, accompagnata da putti che spargono rose, mentre viene protetta da Zefiro nell’atto di porre una barriera affinchè i venti non arrechino offesa alla dea.

    IL SALONE DEGLI ACCADEMICI
                Dal piano balaustrato dello scalone si accede al salone d’onore, tramite un importante portale neoclassico sormontato da una decorazione allegorica in stucco, che racchiude al centro un busto di Marte, assopito tra due figure a tutto tondo: la Fama e l’Industria. Su ciascuna parete, in alto, campeggiano i busti classicheggianti di quattro personaggi, probabili rappresentanti della famiglia Salvi e, sulle quattro porte interne, putti in stucco incorniciano clipei con figure allegoriche della Verità, della Nobiltà, della Giustizia e dell’Abbondanza.
        Le due pareti senza finestre ospitano, in cornici di stucco con filetto dorato, due grandi ed antiche tele: una rappresenta un'impetuosa battaglia di cavalieri cristiani e turchi,  l’altro dipinto raffigura un'affollata fiera campestre; il primo, che richiama la guerra di Candia, ricorda soggetti simili di Antonio Calza, il secondo, invece, sembra essere della bottega dei da Bassano.
        La parte però che sorprende di più è rappresentata dalla decorazione barocca dell’ampio soffitto dipinto da Giorgio Anselmi. Il pittore vi rappresentò una scena allegorica complessa, il Trionfo di Atena , avvalendosi per la quadratura dell’opera di collaboratori che organizzarono la scenografia in tre ordini: nicchie, balconata rettangolare e cornicione ovale. Nelle finte nicchie alloggiano figurazioni delle principali divinità olimpiche: Giove e Giunone, Nettuno e Anfitrite, Mercurio e Diana, Saturno e Minerva (quest’ultima con gli attributi della Musa Urania, ossia globo terrestre). Le finte nicchie si alternano alle vere che racchiudono talune delle finestre, talune delle balconate dipinte, con statue e fiori. Al di sopra vi si trova una finta balconata con putti e trofei floreali e, oltre ad essa, il cornicione ovale viola che delimita il cielo. Nella parte superiore la dea Atena è seduta su una biga trainata da cavalli galoppanti, trattenuti da un genio alato. Accanto vi sono altre divinità, tra cui le Arti e Venere che, assieme al corteggio di colombe e putti, accompagnano la venuta della dea. In basso, Bacco ed il suo corteo travalicano, su nubi cupe, i limiti della quadratura, quasi penetrando nello spazio reale dello spettatore, confermando così la predilezione settecentesca per l’illusionismo spaziale ed i virtuosismi prospettici. Un cornicione perimetrale sosteneva un balcone in legno con dei poggiolini sporgenti, essa venne tolta nel 1983 e permetteva un tempo alla servitù di accendere i lumi della sala. Nel 1976 venne affidato a Pinin Brambilla il restauro dell’affresco, dopo la caduta e la polverizzazione di circa 2 mq di dipinto, purtroppo irrecuperabili. FOTO
    Oggigiorno il Salone degli Accademici è il luogo ove si tengono le sedute sia pubbliche che private dei membri dell’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere; inoltre è qui che si svolgono settimanalmente gli eventi culturali aperti anche al pubblico. Lo scorso luglio il Salone è stato anche protagonista di una delle scene del film “Letters to Juliet” di Gary Winick in uscita sul grande schermo nel 2010.

    LA STANZA DELLE TRE GRAZIE
                E’chiamata così in quanto il soffitto di questa sala è caratterizzato da una scena centrale con le tre Grazie e Venere su di un carro guidato da colombe e accompagnato da putti con ghirlande di roselline. L’autore del dipinto, collaboratore dell’Anselmi, è un pittore settecentesco gradevole sia nei cromatismi e sia nella grazia figurativa. L’affresco rappresenta Venere con in mano una mela, presumibilmente quella del giudizio di Paride, che si ipotizza fosse raffigurato nella parte inferiore del dipinto, crollata e purtroppo perduta durante l’ultima guerra. Il trionfo è incorniciato da una finzione prospettica di architetture; panoplie di armi sono disposte lungo i lati e cartouches rosa lilla con le allegorie dei quattro continenti ornano gli angoli. FOTO

    IL VESTIBOLO
                E’la sala d’ingresso con cui oggi si accede all’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere. Il soffitto è caratterizzato da un affresco purtroppo danneggiato; infatti la caduta dell’intonaco non permette di individuare il tema trattato, a parte un putto ed una figura alata visibile a mezzo busto. Una cornice mistilinea violetta con cartouches ovali rosa e finti stucchi si apre al centro su uno scorcio di cielo.
    La decorazione è ascrivibile all’intervento pittorico settecentesco, come conferma la tipologia delle finte architetture di impronta barocca, dalle tenui tinte pastello.

    LA SALA DANTE ALIGHIERI
                E’il luogo a disposizione del pubblico per lo studio e la consultazione della ricca biblioteca dell’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere.
    La decorazione della stanza si articola in un plafond centrale, che simula lo stucco con medaglioni su fondo oro, in quattro cartouches ai lati con allegorie delle Stagioni, e quattro agli angoli con alzate floreali. Anche in questo caso si possono ipotizzare ridipinture ottocentesche di accademico decorativismo. E proprio per la sua atmosfera antica, anche questa sala, come quella per il Salone degli Accademici, ha ospitato il cast del regista Gary Winick, per girare le scene del film “Letters to Juliet”.

    LA SALA CARLOTTI
                Così definita la stanzetta che custodisce un vero e proprio tesoro. Si tratta del fondo Carlotti, una raccolta di stampe e di libri pervenuta all’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona nel 1990 per lascito testamentario del marchese Felice Carlotti di Riparbella, cui è intestata la saletta. Oggi delle scaffalature metalliche “ospitano” questa ricca e preziosa raccolta ed arredano questo luogo le cui pareti si articolano in mensole e balconate ornate da valve stilizzate azzurre e raccordate da ghirlande floreali. Nei lati lunghi due figure allegoriche, il Valore e la Sapienza, si affacciano da finte balconate; il dipinto centrale rappresenta la Fama, che incorona d’alloro la Verità o la Virtù, colta nell’atto di cacciare il Vizio o l’Errore. L’affresco sembra essere stato ritoccato all’inizio del 1800, quando il palazzo venne ampliato. Fu in quell’occasione che al noto professor Agostino Comerio, pittore accademico della metà del XIX secolo, venne affidata sia la decorazione dei nuovi ambienti sia la sistemazione pittorica delle opere settecentesche.
     

    IL FONDO CARLOTTI
                Felice Carlotti di Riparbella è ancora oggi ricordato in Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona come nobile gentiluomo di vecchio stampo, amico o collega accademico che morì l’8 aprile del 1987 a Padova, dove viveva. Nato a Montebello Vicentino il 20 agosto del 1900, discendeva da una delle più antiche, ricche e titolate famiglie della città scaligera. Compiuti gli studi elementari e medi a Verona, dopo il conseguimento della maturità classica al liceo “S. Maffei”, entrò nella Regia Scuola Navale Superiore di Genova, divenendo quindi ingegnere navale e meccanico nel 1923. Bibliofilo dielttante ed appassionato, dotato anche di una ottima cultura e di un forte attaccamento alla sua terra d’origine, grazie alle possibilità economiche setacciò per circa 50 anni il mercato librario europeo, alla ricerca di edizioni veronesi e di incisioni relative alla città e al territorio scaligero. Durante i suoi numerosi viaggi comprò monografie, opuscoli, estratti, ecc. veronesi, che lentamente andarono a formare quella ricca collezione che trovò spazio nel suo palazzo di Padova, ma che poi venne generosamente donata all’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona per conservazione e pubblico uso.
                Del lascito all’Accademia si cominciò a pensare a partire dall’autunno del 1977 con una serie di contatti sia personali che epistolari, fra il marchese Felice ed il Presidnete e Segretario accademici del tempo, Carlo Vanzetti e Mario Carrara, che nell’ottobre del 1980 ritennero di dover coinvolgere nella vicenda anche il Cancelliere accademico in carica. La formalizzazione della preziosa eredità avvenne il 15 gennaio 1983, quando Felice Carlotti formulò le proprie ultime volontà. La relativa esecuzione andò per le lunghe, anche per via dei tempi burocratici necessari all’ottenimento della indispensabile autorizzazione all’accettazione da parte dell’autorità competente. Condizione necessaria per la presentazione dell’istanza fu la compilazione di un inventariato del lascito con l’indicazione del valore venale dello stesso. L’autorizzazione venne il 17 aprile 1990 sotto forma di un decreto del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga e l’acquisizione effettiva del fondo da parte dell’Accademia fu completata alla fine della primavera dello stesso anno, mentre la catalogazione durò fino alla primavera del 1992.
                La consistenza del lascito di Felice Carlotti è veramente grandiosa; vi sono 4.400 unità librarie (si tratta di monografie principalmente, ad eccezione dei 15 volumi dell’”Archivio storico veronese” di Osvaldo Perini, appartenenti al genere seriale) e 3.000 incisioni (acqueforti, litografie, xilografie, cromolitografie, ecc.) di grande pregio, delle quali 799 sono “fogli volanti”. Si può quindi dire che 3.249 unità sono “libri” e 1.151 “opuscoli”. Con riferimento al tempo della stampa una edizione si chiama tecnicamente “incunabolo” del XV, 121 “cinquecentine” del XVI, 112 “seicentine” del XVII, 641 “settecentine del XVIII”; le edizioni moderne sarebbero 3.525, della quali 1.290 edite nel corso del XIX secolo e 2.235 nel corso del XX. Il ricco patrimonio si compone di opere riguardanti la storia, religione, filosofia, scienze fisiche matematiche e naturali, arte, biografia, diritto, ecc.; quindi un fondo veramente ricco e vario.
                Aspetti originalissimi della collezzione carlottiana sono la sua valenza antiquaria e bibliografica: sulla seconda di copertina di norma ciascun pezzo riporta incollato il ritaglio del catalogo antiquario ove esso venne acquistato. Questo significa disporre di una serie di notizie interessantissime come la sua descrizione e storia , del valore commerciale stimato, del prezzo effettivo d’acqusto, del mediatore dell’affare (spesso si trattava di Pino Simeoni, bibliofilo veronese ben noto ed ex dipendente della biblioteca civica di Verona). Infine, qua e là, appaiono delle annotazioni in matita autografe dell’acquirente, indice della sua passione per la carta stampata e della sua erudizione. Oltre che per la sezione libraria, il fondo Carlotti presenta la miglior produzione sette-ottocentesca per quanto concerne le incisioni; si tratta di piante, vedute, reminescenze mitologiche, immagini religiose e ritratti.
                L’intero lascito nel 1989 fu valutato di poco inferiore ali 143 milioni di vecchie lire, ossia 74.000 euro odierni; resta il fatto che nel suo genere il Fondo Carlotti è secondo all’analoga raccolta della Biblioteca Civica di Verona. Ufficialmente è ammesso alla pubblica consultazione a partire dalla primavera del 1992; le modalità d’uso sono quelle previste dalla volontà testamentaria, come a dire: visione in sede e divieto di asporto dalla stessa; ove queste disposizioni non vengano rispettate, il lascito viene a cadere e il tutto dovrà andare al mio erede o ai di lui discendenti.