LE QUATTRO SEDI STORICHE
Quando,
l'8 ottobre del 1768, l'Accademia di Agricoltura di Verona fu istituita
con 49 voti favorevoli e 5 contrari dai consigli dei Dodici e dei Cinquanta
del Senato Veneto, ancora non aveva una sede e non aveva un ducato. Per
statuto, gli accademici dovevano riunirsi tre volte al mese in seduta privata
e una volta all'anno in seduta pubblica. Ma dove? Dopo una ricerca durata
oltre un decennio..."all'Accademia fu assegnata a voce dai Deputati
di questa città la anticamera della Pubblica Accademia di Pittura;
e là trovò egualmente sprovveduta d'ogni sorta di mobili
convenienti a convocar le Sessioni e a custodire gli atti e le carte e
a compartir con quel decoro che ben esige il principio da cui essa deriva"
...dirà nel 1779 il Podestà di Verona, Francesco Donato e
in quel tempo l'Accademia di Pittura aveva la propria sede in un edificio
in piazza Navona.
Fu così che il 13 maggio del 1781, come riconoscimento per aver
realizzato la prima strada che dai Lessini giungeva fino a Verona, il Senato
Veneto deliberò di assegnare all'Accademia 836 ducati, allo scopo
di ricavare tre grandi sale e un piccolo ingresso da un grande loggiato
dell'attuale Palazzo della Prefettura, di fronte alle Arche Scaligere.
Il loggiato era la parte del palazzo lungo vicolo Cavalletto, fino a via
Santa Anastasia. Questa fu la prima vera sede dell'Accademia di Agricoltura
Scienze e Lettere di Verona e qui si riunirono per quasi 150 anni i suoi
grandi personaggi. Inoltre furono convocati i primi 18 accademici eletti
dal Nobile Consiglio della Città il 13 marzo 1769. Qui si formò
anche il primo nucleo della collezione naturalistica, poichè i vari
soci vollero depositare nelle sale accademiche gli erbari, le rocce e i
fossili, che erano loro serviti per compilare quelle monografie che resero
famosa la città scaligera negli ambienti scientifici di tutto il
mondo.
L'espansione degli uffici della Provincia, però, richiedeva ulteriori
spazi ed iniziò così una lunga diatriba con l'Accademia,
affinchè la nostra Istituzione lasciasse quella sede e si allocasse
altrove. Le discussioni proseguirono per molti decenni e l'Accademia si
mostrò ben decisa a difendere una sua proprietà sancita dal
governo veneto e confermata in seguito sia dal governo francese che da
quello austriaco. Fu così che il radicale restauro delle case degli
Scaligeri obbligò l'Accademia e il Museo Civico, quest'ultimo istituito
nel medesimo periodo, a trasferirsi nel 1926 in alcune sale di Palazzo
Pompei, in lungadige Porta Vittoria, che già da anni ospitava le
collezioni dell'Accademia. Qui l'istituto trovò sede degna, disponendo
di una vasta sala riunioni, di una spaziosa biblioteca e di un archivio,
e qui vi rimase fino al 1946.
Nel corso della seconda guerra mondiale, infatti, palazzo Pompei fu gravemente
danneggiato dai bombardamenti e dal brillamento del ponte Navi. Tornata
la pace, ci si rese conto che sarebbero occorsi anni per rendere ancora
agibile il palazzo e che pertanto era necessario trovare un'altra sede
prestigiosa.
Grazie all'interessamento del socio Stefano de Stefani, questa giunse per
volontà testamentaria della contessa Emilia Sandri Erbisti, che
indicò l'Accademia come destinataria d'uso perpetuo dell'attuale
sede nel suo splendido palazzo Erbisti in via Leoncino 6.
Palazzo Erbisti sorge su una parte della cinta muraria costruita nel terzo
secolo dall'imperatore Gallieno. Nel Medioevo sul luogo sorgeva un grande
edificio, del quale rimangono alcuni elementi, completamente rimaneggiato
nel XVII secolo e del tutto ridisegnato intorno alla metà del Settecento
dai nuovi proprietari, i fratelli Salvi, che conservarono solo la ricca
facciata interna di chiara ispirazione rinascimentale, opera forse di un
allievo del Sanmicheli, Domenico Curtoni. Essi affidarono ad Adriano Cristofori
la realizzazione della facciata su via Leoncino, che si eleva per quattro
piani illuminati da grandi finestroni di modulo diverso per ogni piano.
L'edificio raggiunse la sua forma attuale quando, nel 1812, venne acquistato
dalla famiglia Erbisti che, con l'architetto Francesco Ronzani, aggiunse
al palazzo due corpi laterali, adeguando le facciate a quella centrale
e delimitando la corte retrostante con una cinta di grandi arcate.
Intorno al 1822, grazie all'arrivo dell'imperatore d'Austria Francesco
I, ospitato durante il Congresso di Verona, completano l'edificio gli stucchi
neoclassici e la decorazione delle pareti e delle vele del soffitto. Al
Seicento risalgono invece i grandi pavimenti battuti alla veneziana tuttora
esistenti.
La nuova sede dell'Accademia fu solennemente inaugurata il 2 ottobre del
1955 e da quell'anno si susseguirono restauri agli affreschi, ai pavimenti
e agli stucchi, restituendo alla città scaligera un palazzo dagli
ambienti suggestivi e dall'atmosfera magica della vita di un tempo oramai
passato.
PALAZZO ERBISTI E L'ACCADEMIA
Sulla donazione da parte della famiglia Erbisti di questo magnifico palazzo
all’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere si sa ben poco, ma la tradizione
orale attribuisce, all’allora socio avvocato accademico e sucessivamente
presidente, Mario Cavalieri, il merito di aver ottenuto dalla contessa
Erbisti il primo piano del palazzo, per ricavarne la sede accademica.
Grazie all’immenso patrimonio archivistico della famiglia De Stefani compaiono
documenti, grazie ai quali si può ricostruire la storia dell’Accademia
e di questo maestoso palazzo.
In una lettera del 10 luglio 1941 Stefano de Stefani scrisse a Luigi Messedaglia,
l’allora presidente, di attivarsi presso il Podestà per ottenere
una più degna sede della Reale Accademia, ritenendo il primo piano
del palazzo Erbisti, donato dalla vedova Erbisti al Comune di Verona, luogo
adatto per ospitare gli accademici. Lo scritto si conclude dicendo: “D’altra
parte come appartamento di abitazione si presenta malamente essendo costituito
da sale molto grandi…Che te ne pare?”.
Il giorno seguente Luigi Messedaglia rispose con una lunga lettera nella
quale viene ripercorsa tutta la storia delle sedi accademiche; in questa
il presidente termina scrivendo che la proposta sarebbe stata da lui portata
in reggenza, ma preannunciando già la sua contrarietà, in
quanto la sede ove si trovava l’Accademia, ossia le quattro sale del palazzo
Pompei, era adeguata. Inoltre con un possibile trasloco, si sarebbero dovute
affrontare pesanti spese, insostenibili da parte dell’Accademia. Purtroppo
non si sa quale fu la decisione finale della reggenza, certo è che
De Stefani perseverò nella sua richiesta, mostrando il suo interesse
anche alla contessa Erbisti. Un anno più tardi, il 10 luglio 1942,
De Stefani scrisse al segretario capo del Comune della città scaligera,
il commendator De Dominicis, dicendo di aver avuto un colloquio con la
contessa e in relazione all’intesa passata, sarebbe restato solo trovare
il modo per prendere il possesso dell’appartamento del Palazzo Erbisti,
che nel frattempo era affittato a dei privati.
Durante il colloquio tra la contessa e De Stefani, la signora Erbisti sottolinea
la sua disponibilità a donare al Comune di Verona il palazzo, aggiungendo
una clausola con la quale destina gratuitamente ed in uso perpetuo ed onorifico
un appartamento del I piano nobile dell’edificio in via Leoncino per la
sede della Reale Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona.
Inoltre in memoria del Conte Erbisti, una lapide dovrà ricordare
questa benefica disposizione a favore dell’Accademia. Condizione assoluta
di questa generosa concessione è che rimanga riservata e che non
ne venga data notizia sui giornali.
L’atto di donazione avvenne senza alcuna delle condizioni sopracitate e
di certo quest’atto non si poteva annullare. Ci volle l’avvocato Cavalieri,
il quale nel 1944, annunciò la sua strategia giuridica al segretario
accademico, Gino Sandri.
La contessa Erbisti avrebbe donato al Comune di Verona il palazzo per determinati
scopi; giuridicamente parlando si trattava di una donazione modale, in
cui nell’atto da stipularsi tra il Comune di Verona e l’Accademia era fondamentale
la presenza della contessa. Ciò andava nell’interesse di tutti,
ai fini di rendere inoppugnabile ed ineccepibile l’atto del Comune a favore
dell’Accademia.
Il 13 novembre 1946 l’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona
(non più Reale) inviò a Stefano de Stefani una lettera a
firma dell’assessore anziano Ettore Malenotti, nella quale la Reggenza
lo ringrazia per l’opera svolta con amore e tenacia a favore di una sede
centrale e decorosa per le nobili tradizioni e grandi fini dell’Accademia.
L'ARCHITETTURA DEL PALAZZO ERBISTI
Il palazzo Erbisti sorge quasi all’inizio e sul lato destro di via Leoncino,
signorile strada della città scaligera che copre il cammino della
cinta romana dall’Arena alla Porta dei Leoni. Nel III secolo l’imperatore
Gallieno consolida tale cinta, di cui lunghe parti sono incorporati negli
edifici allineati con quello degli Erbisti. L’irregolarità della
facciata è da attribuire alla muraglia romana, della quale alcune
pietre sono riconoscibili in un angolo del basamento della facciata stessa.
Nel Medioevo si innalzava un imponente edificio costituito da più
piani, del quale sono stati messi in luce alcuni elementi in tufo di finestre
ad arco romanico, mentre una porta a tutto sesto rimane ancora coperta
dalle lastre di pietra del basamento sul lato sinistro, visibile tutt’oggi.
Vi furono grossi cambiamenti nel XVII secolo; il palazzo assunse grosse
variazioni e miglioramenti. Lo scopo era quello di costruire un edificio
che potesse competere con i maggiori della città e la facciata ne
è la prova. L’interno venne ristrutturato completamente per realizzare
i giusti livelli dei piani. Di tale sistemazione sono testimonianza alcuni
dei più antichi affreschi che ancora oggi decorano i soffitti di
palazzo Erbisti.
Alla metà del XVIII secolo l’edificio venne rimaneggiato dai proprietari
fratelli Giovanni Battista e Giuseppe Salvi, i quali commissionarono ad
Adriano Cristofoli il compito di erigere la facciata su via Leoncino.
Nel 1812 il palazzo venne acquistato dalla famiglia Erbisti, i quali ritenevano
necessario ampliare l’edificio acquistato dai Salvi, comprando il “casino”
del loro confinante signor Fortis, sulla destra, e del conte Sagramoso,
sulla sinistra. Il fine principale era ingrandire soprattutto l’appartamento
del piano nobile.
In seguito gli Erbisti fecero rifare le facciate dei due edifici aggiunti
alla loro proprietà uniformandole alla maestosità del palazzo
centrale, pur senza imitare l’architettura del Cristofoli. Le due ali furono
tenute a minor altezza dell’edificio voluto dai Salvi. Durante i lavori
murari, che portarono all’ingrandimento della abitazione degli Erbisti,
furono costruiti anche gli edifici delimitanti la corte retrostante. L’architettura
di questi nuovi edifici è funzionale, ma non priva di decoro; si
tratta di grande arcate, sovrastate da finestre ad occhio di bue. Si pensa
che, se gli Erbisti a metà dell’Ottocento esercitassero ancora il
commercio della lana, parte di questi ambienti dovessero essere utilizzati
come depositi di quella pregiata merce. Un leggiadro palchetto di legno,
posto in alto nel vano del passaggio carraio, congiunge i locali laterali;
qui un muro reca tracce di un affresco e ciò fa pensare ad un luogo
di riposo al fresco per chi avesse voluto godersi la vista della scenografica
facciata interna del palazzo.
Il progetto generale di risistemazione di tutto l’edificio fu di Francesco
Ronzani, il quale unì con le brevi ali del palazzo protese nel cortile
i fabbricati rustici, tenendoli arretrati quanto bastava per segnarne lo
stacco di stile. Essi infatti sono a contatto diretto con la ricca facciata
interna di ispirazione rinascimentale, molto più scenografica ed
elaborata rispetto a quella esterna. L’architetto di questo secondo prospetto
si crede fosse Domenico Curtoni (che si occupò di altri edifici
veronesi), seguace di Michele Sanmicheli. La singolarità della facciata
interna fa pensare che essa sia appartenuta ad un palazzo diverso, edificato
a ridosso di quello medioevale di via Leoncino ed anteriore a quello del
Cristofoli, il quale avrebbe creato un unico edificio da due strutture.
Lo stile architettonico, la tecnica muraria ed il materiale impiegato della
facciata interna sono di un epoca diversa dalle opere del Cristofoli; gli
spazi tra le piccole finestre dello scantinato, nella parte inferiore,
sono decorate da un motivo ornamentale costituito da teste di leoni: un
elemento ricorrente nella zona vicina alla Porta Leona. All’altezza del
piano nobile e del quarto corrono due rilevanti balconi di pietra, sorretti
da mensoloni e balaustrati. Le finestre del piano più importante
sono sormontate in alternanza da aggetti triangolari e ad arco abbassato,
quella centrale è ad arco a tutto sesto.
Oggi l’interno della sede accademica è articolato in due settori
complementari; la Presidenza e la Segreteria a destra del vestibolo e la
Biblioteca con la sale di studio (Sala Dante Alighieri) e di deposito (Sala
Carlotti) a sinistra. In fondo alla sala del Presidente, vi è il
piccolo ma prezioso stanzino dei cimeli, ove vengono raccolti oggetti che
hanno fatto la storia dell’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere,
come ad esempio il Bussolo per le votazioni del XVIII.
Ogni ambiente offre al visitatore saggi vari
di decorazioni parietali, di affreschi ai soffitti, di pavimenti “alla
veneziana”con differenti motivi geometrici policromi per ogni sala.
LE DECORAZIONI INTERNE DI PALAZZO ERBISTI
LO SCALONE D’ONORE
L’androne di collegamento tra la strada ed il giardino, all’interno del
quale si trova l’imponente scalone a doppia rampa che conduce al piano
nobile, presenta una partitura architettonica monocroma, che prosegue nelle
vele del soffitto con eleganti allegorie della musica e delle arti. Il
decoro segue moduli ornamentali più lineari e geometrici rispetto
a quelli barocchi delle sale del palazzo; esso è opera di buoni
pittori di pareti, continuatori per molta parte dell’Ottocento di una consolidata
tradizione, come si rileva in molti palazzi e ville della città
e della provincia scaligera. Al centro si trova l’ovale affrescato da Giorgio
Anselmi e di mano precedente al lavoro dei decoratori, che viene definito
un “cammeo porcellanato” in quanto la scena mitologica è caratterizzata
da tonalità cromatiche delicate. L’immagine raffigura tra le nubi
la dea Flora, accompagnata da putti che spargono rose, mentre viene protetta
da Zefiro nell’atto di porre una barriera affinchè i venti non arrechino
offesa alla dea.
IL SALONE DEGLI ACCADEMICI
Dal piano balaustrato dello scalone si accede al salone d’onore, tramite
un importante portale neoclassico sormontato da una decorazione allegorica
in stucco, che racchiude al centro un busto di Marte, assopito tra due
figure a tutto tondo: la Fama e l’Industria. Su ciascuna parete, in alto,
campeggiano i busti classicheggianti di quattro personaggi, probabili rappresentanti
della famiglia Salvi e, sulle quattro porte interne, putti in stucco incorniciano
clipei con figure allegoriche della Verità, della Nobiltà,
della Giustizia e dell’Abbondanza.
Le due pareti senza finestre
ospitano, in cornici di stucco con filetto dorato, due grandi ed antiche
tele: una rappresenta un'impetuosa battaglia di cavalieri cristiani e turchi,
l’altro dipinto raffigura un'affollata fiera campestre; il primo, che richiama
la guerra di Candia, ricorda soggetti simili di Antonio Calza, il secondo,
invece, sembra essere della bottega dei da Bassano.
La parte però che sorprende
di più è rappresentata dalla decorazione barocca dell’ampio
soffitto dipinto da Giorgio Anselmi. Il pittore vi rappresentò una
scena allegorica complessa, il Trionfo di Atena , avvalendosi per la quadratura
dell’opera di collaboratori che organizzarono la scenografia in tre ordini:
nicchie, balconata rettangolare e cornicione ovale. Nelle finte nicchie
alloggiano figurazioni delle principali divinità olimpiche: Giove
e Giunone, Nettuno e Anfitrite, Mercurio e Diana, Saturno e Minerva (quest’ultima
con gli attributi della Musa Urania, ossia globo terrestre). Le finte nicchie
si alternano alle vere che racchiudono talune delle finestre, talune delle
balconate dipinte, con statue e fiori. Al di sopra vi si trova una finta
balconata con putti e trofei floreali e, oltre ad essa, il cornicione ovale
viola che delimita il cielo. Nella parte superiore la dea Atena è
seduta su una biga trainata da cavalli galoppanti, trattenuti da un genio
alato. Accanto vi sono altre divinità, tra cui le Arti e Venere
che, assieme al corteggio di colombe e putti, accompagnano la venuta della
dea. In basso, Bacco ed il suo corteo travalicano, su nubi cupe, i limiti
della quadratura, quasi penetrando nello spazio reale dello spettatore,
confermando così la predilezione settecentesca per l’illusionismo
spaziale ed i virtuosismi prospettici. Un cornicione perimetrale sosteneva
un balcone in legno con dei poggiolini sporgenti, essa venne tolta nel
1983 e permetteva un tempo alla servitù di accendere i lumi della
sala. Nel 1976 venne affidato a Pinin Brambilla il restauro dell’affresco,
dopo la caduta e la polverizzazione di circa 2 mq di dipinto, purtroppo
irrecuperabili. FOTO
Oggigiorno il Salone degli Accademici è
il luogo ove si tengono le sedute sia pubbliche che private dei membri
dell’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere; inoltre è qui che
si svolgono settimanalmente gli eventi culturali aperti anche al pubblico.
Lo scorso luglio il Salone è stato anche protagonista di una delle
scene del film “Letters to Juliet” di Gary Winick in uscita sul grande
schermo nel 2010.
LA STANZA DELLE TRE GRAZIE
E’chiamata così in quanto il soffitto di questa sala è caratterizzato
da una scena centrale con le tre Grazie e Venere su di un carro guidato
da colombe e accompagnato da putti con ghirlande di roselline. L’autore
del dipinto, collaboratore dell’Anselmi, è un pittore settecentesco
gradevole sia nei cromatismi e sia nella grazia figurativa. L’affresco
rappresenta Venere con in mano una mela, presumibilmente quella del giudizio
di Paride, che si ipotizza fosse raffigurato nella parte inferiore del
dipinto, crollata e purtroppo perduta durante l’ultima guerra. Il trionfo
è incorniciato da una finzione prospettica di architetture; panoplie
di armi sono disposte lungo i lati e cartouches rosa lilla con le allegorie
dei quattro continenti ornano gli angoli. FOTO
IL VESTIBOLO
E’la sala d’ingresso con cui oggi si accede all’Accademia di Agricoltura
Scienze e Lettere. Il soffitto è caratterizzato da un affresco purtroppo
danneggiato; infatti la caduta dell’intonaco non permette di individuare
il tema trattato, a parte un putto ed una figura alata visibile a mezzo
busto. Una cornice mistilinea violetta con cartouches ovali rosa e finti
stucchi si apre al centro su uno scorcio di cielo.
La decorazione è ascrivibile all’intervento
pittorico settecentesco, come conferma la tipologia delle finte architetture
di impronta barocca, dalle tenui tinte pastello.
LA SALA DANTE ALIGHIERI
E’il luogo a disposizione del pubblico per lo studio e la consultazione
della ricca biblioteca dell’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere.
La decorazione della stanza si articola in un
plafond centrale, che simula lo stucco con medaglioni su fondo oro, in
quattro cartouches ai lati con allegorie delle Stagioni, e quattro agli
angoli con alzate floreali. Anche in questo caso si possono ipotizzare
ridipinture ottocentesche di accademico decorativismo. E proprio per la
sua atmosfera antica, anche questa sala, come quella per il Salone degli
Accademici, ha ospitato il cast del regista Gary Winick, per girare le
scene del film “Letters to Juliet”.
LA SALA CARLOTTI
Così definita la stanzetta che custodisce un vero e proprio tesoro.
Si tratta del fondo Carlotti, una raccolta di stampe e di libri pervenuta
all’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona nel 1990 per lascito
testamentario del marchese Felice Carlotti di Riparbella, cui è
intestata la saletta. Oggi delle scaffalature metalliche “ospitano” questa
ricca e preziosa raccolta ed arredano questo luogo le cui pareti si articolano
in mensole e balconate ornate da valve stilizzate azzurre e raccordate
da ghirlande floreali. Nei lati lunghi due figure allegoriche, il Valore
e la Sapienza, si affacciano da finte balconate; il dipinto centrale rappresenta
la Fama, che incorona d’alloro la Verità o la Virtù, colta
nell’atto di cacciare il Vizio o l’Errore. L’affresco sembra essere stato
ritoccato all’inizio del 1800, quando il palazzo venne ampliato. Fu in
quell’occasione che al noto professor Agostino Comerio, pittore accademico
della metà del XIX secolo, venne affidata sia la decorazione dei
nuovi ambienti sia la sistemazione pittorica delle opere settecentesche.
IL FONDO CARLOTTI
Felice Carlotti di Riparbella è ancora oggi ricordato in Accademia
di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona come nobile gentiluomo di vecchio
stampo, amico o collega accademico che morì l’8 aprile del 1987
a Padova, dove viveva. Nato a Montebello Vicentino il 20 agosto del 1900,
discendeva da una delle più antiche, ricche e titolate famiglie
della città scaligera. Compiuti gli studi elementari e medi a Verona,
dopo il conseguimento della maturità classica al liceo “S. Maffei”,
entrò nella Regia Scuola Navale Superiore di Genova, divenendo quindi
ingegnere navale e meccanico nel 1923. Bibliofilo dielttante ed appassionato,
dotato anche di una ottima cultura e di un forte attaccamento alla sua
terra d’origine, grazie alle possibilità economiche setacciò
per circa 50 anni il mercato librario europeo, alla ricerca di edizioni
veronesi e di incisioni relative alla città e al territorio scaligero.
Durante i suoi numerosi viaggi comprò monografie, opuscoli, estratti,
ecc. veronesi, che lentamente andarono a formare quella ricca collezione
che trovò spazio nel suo palazzo di Padova, ma che poi venne generosamente
donata all’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona per conservazione
e pubblico uso.
Del lascito all’Accademia si cominciò a pensare a partire dall’autunno
del 1977 con una serie di contatti sia personali che epistolari, fra il
marchese Felice ed il Presidnete e Segretario accademici del tempo, Carlo
Vanzetti e Mario Carrara, che nell’ottobre del 1980 ritennero di dover
coinvolgere nella vicenda anche il Cancelliere accademico in carica. La
formalizzazione della preziosa eredità avvenne il 15 gennaio 1983,
quando Felice Carlotti formulò le proprie ultime volontà.
La relativa esecuzione andò per le lunghe, anche per via dei tempi
burocratici necessari all’ottenimento della indispensabile autorizzazione
all’accettazione da parte dell’autorità competente. Condizione necessaria
per la presentazione dell’istanza fu la compilazione di un inventariato
del lascito con l’indicazione del valore venale dello stesso. L’autorizzazione
venne il 17 aprile 1990 sotto forma di un decreto del Presidente della
Repubblica Francesco Cossiga e l’acquisizione effettiva del fondo da parte
dell’Accademia fu completata alla fine della primavera dello stesso anno,
mentre la catalogazione durò fino alla primavera del 1992.
La consistenza del lascito di Felice Carlotti è veramente grandiosa;
vi sono 4.400 unità librarie (si tratta di monografie principalmente,
ad eccezione dei 15 volumi dell’”Archivio storico veronese” di Osvaldo
Perini, appartenenti al genere seriale) e 3.000 incisioni (acqueforti,
litografie, xilografie, cromolitografie, ecc.) di grande pregio, delle
quali 799 sono “fogli volanti”. Si può quindi dire che 3.249 unità
sono “libri” e 1.151 “opuscoli”. Con riferimento al tempo della stampa
una edizione si chiama tecnicamente “incunabolo” del XV, 121 “cinquecentine”
del XVI, 112 “seicentine” del XVII, 641 “settecentine del XVIII”; le edizioni
moderne sarebbero 3.525, della quali 1.290 edite nel corso del XIX secolo
e 2.235 nel corso del XX. Il ricco patrimonio si compone di opere riguardanti
la storia, religione, filosofia, scienze fisiche matematiche e naturali,
arte, biografia, diritto, ecc.; quindi un fondo veramente ricco e vario.
Aspetti originalissimi della collezzione carlottiana sono la sua valenza
antiquaria e bibliografica: sulla seconda di copertina di norma ciascun
pezzo riporta incollato il ritaglio del catalogo antiquario ove esso venne
acquistato. Questo significa disporre di una serie di notizie interessantissime
come la sua descrizione e storia , del valore commerciale stimato, del
prezzo effettivo d’acqusto, del mediatore dell’affare (spesso si trattava
di Pino Simeoni, bibliofilo veronese ben noto ed ex dipendente della biblioteca
civica di Verona). Infine, qua e là, appaiono delle annotazioni
in matita autografe dell’acquirente, indice della sua passione per la carta
stampata e della sua erudizione. Oltre che per la sezione libraria, il
fondo Carlotti presenta la miglior produzione sette-ottocentesca per quanto
concerne le incisioni; si tratta di piante, vedute, reminescenze mitologiche,
immagini religiose e ritratti.
L’intero lascito nel 1989 fu valutato di poco inferiore ali 143 milioni
di vecchie lire, ossia 74.000 euro odierni; resta il fatto che nel suo
genere il Fondo Carlotti è secondo all’analoga raccolta della Biblioteca
Civica di Verona. Ufficialmente è ammesso alla pubblica consultazione
a partire dalla primavera del 1992; le modalità d’uso sono quelle
previste dalla volontà testamentaria, come a dire: visione in sede
e divieto di asporto dalla stessa; ove queste disposizioni non vengano
rispettate, il lascito viene a cadere e il tutto dovrà andare al
mio erede o ai di lui discendenti.